COMPAGNI AVANTI IL GRAN PARTITO. Dialoghi all'indomani di una sconfitta
SUGGERIMENTI
DI LETTURA
All'indomani della secca sconfitta della Sinistra Arcobaleno alle elezioni politiche del 2008, io scrissi - dal 15 aprile al 12 maggio - sette brevi dialoghi, raccolti nel successivo giugno (assieme alla introduzione di Giovanni Russo Spena) in un agile libretto.
Il titolo
che scegliemmo fu: “Compagni avanti il gran partito. Dialoghi all'indomani
della sconfitta” (Edizioni Melagrana, pp.124, € 5).
Rileggendolo ora, a più di 18 anni di distanza, a me pare sorprendentemente attuale: certo, non nei particolari ma dal punto di vista del quadro generale. Anzi, considerando ciò che abbiamo alle spalle, quelle pagine contengono innegabili elementi di prefigurazione. E in aggiunta, gli interrogativi che si pongono i protagonisti (tre persone iscritte a Rifondazione Comunista) rimangono sostanzialmente gli stessi che agitano oggi il piccolo milieu dell'anticapitalismo militante. Il titolo dei dialoghi è, al riguardo, piuttosto eloquente: Le spiegazioni deboli; Il conto della storia; Una nuova politica; la forza delle destre; Un minimo di prospettiva; Il programma della trasformazione; Un diverso partito politico.
Può essere, insomma, una lettura utile anche in questo scorcio finale del 2025.
E poi può
anche funzionare come “regalo vintage”.
Chi fosse interessato, può richiederlo online alle Edizioni Melagrana. E c’è anche un’offerta per chi acquista almeno 5 copie: -20%.
Per avere
un’idea del libro si può leggere, qui di seguito, il primo dialogo.
ROSA Sei molto pensieroso, Carlo. A cosa pensi?
CARLO Penso
che bisognerebbe tacere di più prima di parlare.
FEDERICO Ma
in questo momento? E con questo sbandamento generale dei compagni?
C. Proprio
per questo. Proprio perché quello che è accaduto è davvero il chiudersi di
un’epoca, non si può reagire con il primo umore che s’agita nel cervello o
nelle viscere.
R. Con
chi ce l’hai?
C. Con quello che ho
sentito in queste ore.
F. Certo,
sono ancora balbettii; ma è comunque normale che i compagni, ciascuno con una
determinata accentuazione, provino a spiegare, a sé e agli altri, quello che è
accaduto.
C. Spiegare? Spiegare è
un’azione complessa.
R. Vuoi dire che le
spiegazioni date non sono convincenti?
C. Intanto sono già state
date distinte spiegazioni su questa batosta elettorale, anche opposte tra loro.
Ma non è questo il punto, perché non si tratta di scegliere ora quale sia la
più giusta; e neppure quale sia la meno contraddittoria. Io dico che è sbagliato
il contesto che le regge, codeste spiegazioni. Direi quasi che sono sbagliati i
soggetti che le propongono.
R. Spiegati.
C. Voglio dire che la
nostra casa, la casa che abbiamo costruito in questi anni, dal principiare
degli anni ’90 a oggi, quella che i giornali chiamano
R. Ebbene?
C. Ebbene, questa casa è
completamente terremotata. Di più: è irrimediabilmente terremotata. E sotto le
sue macerie ci sono concretissimi cadaveri…
R. E’ una metafora forte.
Anche troppo macabra.
F. Ma la sua premessa è
stranamente “di destra”, e non me lo sarei aspettato da parte tua. Pare quasi
che senza rappresentanza istituzionale non possa esistere più un partito, un
soggetto in grado di coltivare l’orizzonte della trasformazione.
C. Non sostengo affatto
questo. Tra i numeri, quello che mi spaventa davvero non è lo
F. Cioè?
C. Dico che se la legge
elettorale fosse stata ancora peggiore, con uno sbarramento al 10% anziché al
4, così come è stato in Francia per tanti anni, e noi fossimo arrivati, che so,
giusto al 9%, allora, pur senza eleggere alcun parlamentare, non saremmo certo
a una situazione da terremoto, e il dato non sarebbe da giudicare in termini
negativi. Ci sentiremmo ovviamente delusi, pronti a recriminare contro il
destino cinico e baro; ma non saremmo precipitati nel dramma.
F. Sì, capisco quello che
vuoi dire. Il risultato elettorale è terribile non tanto perché comporta una
cancellazione dalle aule parlamentari, ma perché allude soprattutto ad una
cancellazione dalla coscienza civile del nostro paese…
R. Piano compagni, neppure
dobbiamo esagerare con le parole… Appena due anni fa, l’insieme delle forze de
“
C. È un ragionamento anche
questo.
R. Allora convieni?
C. No. Dico che è un
ragionamento, ma con la debolezza tipica dei ragionamenti che procedono per
analogia.
R. E come si dovrebbe
ragionare, se non comparando le situazioni e prendendo spunto da ciò che si è
verificato in passato?
C. Bisogna ragionare sul
concreto contesto di oggi, sulle dinamiche che si sono attivate e sull’insieme
dei dati che abbiamo. Il 3% a “La sinistra l’arcobaleno” è solo una parte del
quadro. Messo assieme ad altre, io temo che ci consegni, almeno per i prossimi
anni, per tutta una fase di medio periodo, un punto di non ritorno. Purtroppo.
R. Ma allora quelli che
invitano a reagire sbagliano?
C. Occorre vedere come si
invita a reagire…
R. E come vuoi che si
articoli un invito a reagire? Si dice di continuare, di riprendere il cammino…
C. Per reagire davvero
occorre capire bene quello che è accaduto e il punto in cui si è.
F. C’è poco da capire:
siamo a un vero disastro politico.
C. Certo. Ma le parole
devono essere colte in tutta la loro densità, facendosi attraversare pienamente
da tutta la loro forza. E’ un disastro vero, non una sconfitta grave. Non è una
Caporetto, ma una Waterloo. Dopo Caporetto ci fu il Piave. Dopo Waterloo, si
aprì definitivamente una nuova epoca, con tutto un nuovo corredo di immagini e
parole: da Sant’Elena alla Restaurazione, dalle insorgenze democratiche e
nazionali alle prime organizzazioni socialiste, dalla nuova filosofia tedesca
alla nuova geografia industriale…
R. Ma allora tu sei ancora
più pessimista di noi e di tutti gli altri compagni.
C. Non scambiare il
realismo per pessimismo. Chi non si pone il problema di riconsiderare
preliminarmente la propria capacità di percezione della realtà, non solo avrà
maggiori difficoltà a darsi una prospettiva, ma non riuscirà a capire bene
neppure dove si trova. A me pare che ci sia troppo irrealismo nelle nostre
file. Anche ora, anche dopo che il disastro si è reso evidente e
incontestabile.
R. Che intendi per
irrealismo?
C. Per esempio, mi paiono
del tutto irrealistici quelli che dicono che la prima cosa da fare sia di
accelerare comunque nella direzione già tracciata dalla proposta de “
R. Perché li chiami
irrealistici?
C. Per quanto concerne
quelli del primo tipo, cioè quelli che dicono: andiamo avanti ancora più
velocemente, la risposta è fin troppo facile, tanto più che la loro
argomentazione fondamentale –“sarebbe peggio tornare indietro” – si scontra col
fatto obiettivo (e cioè non con una semplice opinione contraria) che il treno
non può andare più né avanti e né indietro, ma è lì, scomposto di fronte a noi:
è deragliato, le carrozze sono fuori dai binari, alcune addirittura giacciono
riverse lungo la scarpata. Esortare gli attoniti passeggeri, ammaccati e
sanguinanti, ad accelerare è davvero una bizzarria.
R. L’osservazione che fai
è sicuramente comprensibile. Ma perché sarebbe irrealistico anche il
ragionamento di chi dice di continuare nella stessa direzione, e però con un
percorso più calibrato e tempi più distesi?
C. Perché detto così non
significa davvero niente. O si tratta di un generico invito a puntare a una
aggregazione più ampia, a raccogliere ciò che di sinistra si muove nella
società, e allora non v'è chi non sia d'accordo. Oppure il discorso vuole
essere una indicazione pratica, e allora si dà prova di non aver capito il
punto in cui si è.
R. Cioè?
C. Cioè che siamo ad una
situazione molto prossima allo zero. Per tornare all'esempio del treno: esso
semplicemente non c'è più. Deve essere ricostruito, e forse non è neppure detto
che dovrà trattarsi ancora di un treno; ma ci vorranno comunque degli anni. E
in ogni caso, lo si potrà costruire soltanto se intanto ci si incammina con
l'unica cosa che abbiamo ora: le nostre gambe. Ci aspetta una non breve
traversata del deserto.
F. Quello che però mi
chiedo io, è come sia stato possibile un risultato così disastroso. Una delle
ragioni è certamente il nostro distacco da quello che pure dovrebbe essere il
nostro riferimento fondamentale, e mi riferisco al proletariato. Non sei d’accordo,
Carlo? Molto del disastro non dipende dal fatto che siamo andati così poco
davanti ai cancelli delle fabbriche?
C. C’è sicuramente un
fondamento di verità in quello che dici, ma è molto, troppo parziale. La
questione non è la presenza ai cancelli delle fabbriche, o negli altri
variegati universi del lavoro dipendente, anche perché, almeno in determinate
circostanze, i compagni ci sono anche stati; la questione vera è che, se pure
incontriamo fisicamente i lavoratori, rischiamo comunque di non aver molto da
dire all’insieme del proletariato.
F. Ma è la stessa cosa che
ho detto io.
C. No. Io sostengo che noi
non avevamo molto da dire, e non l’abbiamo neppure adesso, anzitutto perché non
abbiamo maturato una comprensione vera di come le fabbriche, le infrastrutture,
gli uffici, i servizi, le reti logistiche, i luoghi della distribuzione e tutto
l’insieme del tessuto economico si siano scomposti. Il comportamento elettorale
delle cinture operaie del Nord è la spia evidente di una scomposizione profonda
del proletariato. E segnali li abbiamo registrati anche negli anni scorsi. Un
esempio è dato dalla parabola discendente del sindacalismo di base, che pure
ancora un decennio fa sembrava essere un evento significativo, una novità
importante, mentre oggi stenta finanche ad essere rappresentato nelle
rappresentanze sindacali unitarie, quelle elette direttamente nei luoghi di
lavoro. Ed è significativa anche l'esperienza di isolamento vissuta in CGIL
dalla FIOM, peraltro anch'essa un sindacato con molte facce, non tutte
bellissime.
F. Stai parlando delle
difficoltà della classe operaia…
C. No, sto parlando della
difficoltà degli operai, degli impiegati, dei commessi e di tutto i lavoratori
subordinati a divenire “classe”. E per quanto riguarda noi, sto parlando delle
nostre illusioni: abbiamo oscillato tra l’assunzione della FIOM come esemplificazione
del tutto, come se fosse molto più di un sindacato, e anzi essa stessa né più
né meno che “la classe operaia”, e la corrispondente sottovalutazione delle
ricadute storiche e sociali dei processi di scomposizione e ricomposizione
interna al tessuto produttivo. Da un lato i compagni parlavano coi sindacalisti
e pensavano di aver parlato con la “classe”; dall’altro si dava comunque per
scontato che la classe era là e che il problema era solo di rappresentarla. Ma
se gli operai, e i proletari in genere, nel cui numero vanno comprese tutte, ma
proprio tutte le variegate figure del lavoro dipendente di oggi, non riescono
poi a muoversi come corpo collettivo, e sviluppano soltanto mugugno e rancore,
la prospettiva nostra viene corrosa proprio alla radice…
R. Io credo che non si
debba andare tanto lontano con l'analisi. Si rischia di perdere di vista le
cose più semplici: per esempio, il peso devastante che ha avuto l'esperienza di
governo. Abbiamo ingoiato troppi bocconi amari nel governo Prodi.
C. Questo è vero. Ma anche
qui bisognerebbe scendere un poco più in profondità.
R. Che vuoi dire?
C. Che è stata la nostra
debolezza sociale a causare la nostra debolezza politica, e non viceversa.
Proprio perché eravamo, e siamo, poca cosa sul piano della società, eravamo
poca cosa anche sul piano del governo, nonostante il numero rilevante di
parlamentari. La nostra debolezza strutturale ci metteva continuamente in una
condizione di difficoltà nella articolazione politica. Noi siamo stati dentro
il governo Prodi ingoiando tutti i bocconi amari che sappiamo, e abbiamo scelto
di farlo in un quadro di resistenza rispetto alla pressione di Berlusconi. E’
difficile negare come tale tattica non sia stata né compresa e né accettata
dalla maggioranza di coloro che ci hanno votato nel 2006. Ma esisteva, per un
partito debole come il nostro, un'altra tattica possibile?
R. Dovevamo staccarci da
Prodi. Questo dovevamo fare!
C. Staccarci quando?
Rifiutando di fare l’alleanza nel 2006? Ed era realistica una tale scelta dopo
cinque anni di governo Berlusconi? Se oggi ha pesato il “voto utile”, che
sarebbe successo allora, se non avessimo fatto coalizione col centrosinistra?
R. No, non dico che
dovevamo andare da soli nel 2006. Questo no. Potevamo però fare un accordo di
desistenza, invece che un’alleanza organica.
F. Questo però non mi
convince. Al di là del fatto che c'era un precedente non positivo proprio sulla
desistenza, con un suo successivo esito di lacerazione, che la rendeva
sostanzialmente impraticabile, è noto che gli altri, lo stesso Prodi, non
avrebbero accettato. No, su questo Carlo ha ragione. Nel 2006 dovevamo fare
l’alleanza. E però, proprio alla luce del risultato elettorale, con Prodi che
vinceva per soli 24 mila voti, potevamo rifiutarci di dar vita al governo e
indicare, come cosa più naturale, o nuove elezioni, o un governo istituzionale,
senza di noi, che cercasse i voti volta per volta in Parlamento. Avremo avuto
una situazione meno ingessata, e noi saremmo stati comunque più autonomi.
C. Certo, lo si poteva
fare. Ma bisognava avere, appunto, spalle molto robuste, essere realmente
capaci di parlare al Paese e di far comprendere una scelta tanto difficile e
complicata. Così come bisognava avere spalle molto robuste per far cadere Prodi
nel pieno delle spallate di Berlusconi.
F. Sulla questione del
Welfare c’erano più spazi per farlo.
C. Davvero lo credi? Dopo
che c’era stato un referendum sindacale dall'esito inequivocabile, e ciò anche
considerando i possibili brogli tra i pensionati e in diverse altre categorie?
Ma in ogni caso anche una tale scelta avrebbe presupposto un partito dalle
spalle robuste, capace di reggere il confronto non solo in Parlamento ma
proprio nel Paese. Erano queste spalle a mancare. Mancava, come si è visto
troppo bene ora, un sufficiente insediamento sociale del nostro partito e delle
altre forze della sinistra. Torniamo perciò al punto di partenza, alla
debolezza sociale che generava continuamente debolezza politica…
R. Ma allora qual è la tua
tesi? Che avremmo dovuto far parte per noi soli da qualche decennio e puntare
ad una vita identitaria?
C. Neppure questo, mia
cara Rosa. Proprio le identità sono state scosse per prime dalla storia: il
Novecento ha segnato contemporaneamente l’apogeo e la crisi delle identità.
Questa verità l'abbiamo capita, almeno in parte, tanto è vero che abbiamo
ragionato in termini di nuovi innesti. La stessa dizione “rifondazione
comunista” significava proprio questo. Ma i nuovi innesti da dove sarebbero
potuti venire se non dal dialogo sociale? da un reale camminare nel mondo?
R. Non capisco allora il
senso di quello che dici.
C. Bene, allora la dico
così: o si è trotzkisti, bordighisti, terzinternazionalisti e quant'altro,
oppure si tenta di essere comunisti all’altezza dei tempi. Ed essere comunisti
all’altezza dei tempi non significa celebrare l’identità, ma metterla costantemente
in gioco. Poi si possono anche fare errori tattici, ma la strategia non può
essere che quella di incidere nella società. Il detto latino “dixi et salvavi
animam meam”, e cioè “dico quello che penso, e per il solo fatto di averlo
detto ho fatto tutto quello che mi spettava di fare” è esattamente l’opposto di
quello che realmente dovremmo praticare.
F. Forse comincia ad
essermi chiaro il senso di quello che stai dicendo. In sostanza tu ritieni che
abbiamo giustamente provato ad andare avanti, ma che abbiamo proceduto comunque
con un grave peso sulle spalle, consegnatoci dalla storia: la frantumazione della
struttura della classe, la conseguente nostra debolezza nelle dinamiche
sociali, la crisi dei modelli di identità.
C. Esatto.
R. Ma se pure è così, ciò
non toglie che la Sinistra Arcobaleno sia stata una scelta precipitosa, che ha
aumentato i fattori di sbandamento. Probabilmente saremmo andati meglio se ci
fossimo presentati come “Rifondazione Comunista”.
C. Non c’è controprova: si
può sostenere tutto e il contrario di tutto. Ed è anche vero che
l’improvvisazione e il verticismo hanno caratterizzato tutta la vicenda di quel
cartello elettorale. Mi sembra però verosimile che anche un diverso scenario
sarebbe stato perdente: quattro liste a sinistra del Partito Democratico
avrebbero conosciuto ugualmente un destino amarissimo. Già ora le due liste con
la falce e martello ci hanno sottratto, assieme, giusto quanto serviva ad
arrivare al 4%.
F. Ma con questi chiari di
luna forse è stato addirittura meglio il secco 3% anziché il 4, 4,2, 4,3. Con
un po’ di deputati, ci saremmo ancora illusi di poter andare avanti allo stesso
modo e di poter continuare nella stessa direzione, senza la chiarezza dei
nostri limiti di fondo, limiti che l’esito del voto ci ha finalmente sbattuto
in faccia.
C. Io però su questo punto
della Sinistra Arcobaleno farei un ragionamento più articolato. Rifondazione Comunista
è nata esattamente per mettere insieme le culture critiche del capitalismo, e
per ricostruire, in tale prospettiva, una nuova sinistra in Italia. La Sinistra
Arcobaleno può anche intendersi come un tentativo in tale direzione. Ovviamente
va subito detto che il tentativo è fallito, e in ciò ha pesato anche il
carattere totalmente opportunista dell’aggregazione, tutto centrato sulle
elezioni e per nulla collegato con le dinamiche sociali. In ogni caso, non è
più riproponibile, neppure se si toglie la parola “arcobaleno” e si lascia solo
la parola “sinistra”. Il punto è che quattro debolezze non fanno una forza,
tanto più se alle debolezze si aggiungono confusioni e ambiguità finanche
riguardo al giudizio sul capitalismo. Ci siamo scontrati anzitutto con i nostri
vuoti strutturali, ma anche col fatto banale che le culture che si mettevano
assieme non erano neppure molto critiche. E probabilmente è vero che non sempre
si può far valere il principio di accontentarsi di quello che passa il
convento. Non farei, tuttavia, della scelta in sé, e neppure del modo come è
stata perseguita, la base di ragionamento per spiegare il nostro disastro. Al
di là della debolezza sociale di tutta la cosiddetta “sinistra antagonista” -la
qual cosa, lo ripeto, è la ragione fondamentale di un disastro che covava da
gran tempo sotto le ceneri-, quello che nell’immediato ha pesato di più è stato
il fatto di essere percepiti, ancor prima della “sinistra arcobaleno”, alla
stregua di una “casta” o, considerando le proporzioni, di una “sottocasta”.
Hanno pesato molto in negativo, a me pare, le nostre pratiche concrete, il
nostro politicismo quotidiano, il nostro quotidiano orizzonte istituzionale: vale
per i nostri alleati, ma vale largamente anche per Rifondazione Comunista. Un
esempio è dato dalla stessa composizione delle liste.
R. Allora aveva ragione
Beppe Grillo.
C. In parte sicuramente.
Anche da noi ha lievitato negli anni una piccola “casta rossa”, formatasi nella
fase finale del PCI e nella parabola del sindacato delle compatibilità, la
quale è portata, per sua natura, a una pratica politica di galleggiamento, di
semplice galleggiamento. Il che non vuol dire che il progetto politico di
Rifondazione fosse “di galleggiamento”. Tutt’altro. Era ed è un progetto alto,
ma non mancavano, e non mancano, corposissimi chiaroscuro al suo interno.
R. Ma io mi chiedo se non
ci sia stato anche un problema di programma: proprio delle cose che abbiamo
detto, al di là della qualità delle nostre pratiche. Il nostro programma forse
era poco realistico e sicuramente lo abbiamo anche comunicato male.
C. Non mi persuade questo
rilievo. Noi non abbiamo propagandato mica la rivoluzione. Se si parla di
difesa ambientale, di diritti di cittadinanza, di sviluppo ecosostenibile, di
una programmazione pubblica dello sviluppo che valorizzi i territori, mica si dicono
cose poco realistiche! Invece eravamo noi a non essere credibili. Le nostre
parole forse sì, noi no. Insomma, per dirla con una battuta, non è giusto
sostenere che abbiamo perso perché siamo stati troppo radicali. Abbiamo perso
perché non si può essere radicali senza un legame reale con le dinamiche
sociali. È questo che non abbiamo costruito. E non l'abbiamo costruito anche
perché non abbiamo fatto i conti fino in fondo con la chiusura del Novecento.
R. Ma qui si apre il
ragionamento addirittura sui massimi sistemi...
C. Sì. Ma proprio questo è
il cuore delle questioni: esattamente un ragionamento sui massimi sistemi.
Ovviamente, non pretenderete mica che lo facciamo adesso. Per ora questa
conversazione possiamo anche fermarla qui.
R. Ma non si può lasciare
la discussione proprio sul più bello.
C. Non
la lasciamo affatto. Dico solo di mettere ora un punto e rivederci tra qualche
giorno.
F. Allora sono solo dei
punti sospensivi.
C. Sì, solo dei punti
sospensivi.

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